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ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA AQVA
NUMERO 31 GENNAIO 1989 (sito web: www.aqva.com)
I RELITTI INTUITI DEL CILENTO
I sub hanno rinvenuto segni chiarissimi della
presenza d’una nave da carico romana affondata e sepolta sotto sabbia e
posidonia. Ma pare che cercando e scavando sistematicamente altri
reperti di grande interesse potrebbero essere portati alla luce.
Testo e foto di Gianfranco D’Amato

I1 professor Costabile Durazzo, sindaco di Santa
Maria di Castellabate, è eccitato e' deciso: "La posizione mia personale
e dell'amministrazione comunale tutta", dice, "è per il recupero dei
resti di questa nave presumibilmente greco-romana. E quindi di tutto
quanto c'è sott'acqua in questa zona per poi poter allestire un piccolo
museo, soprattutto per i villeggianti stranieri. Per fornir loro uno
strumento insostituibile per conoscere meglio la storia di questo
paese". La soprintendenza è stata informata da me personalmente della
nostra disponibilità finanziaria; sto interessando la Cassa Rurale e
Artigiana, sono stati avviati carteggi ufficiali. Ho intenzione, se la
cosa è davvero importante, di interessare l'Insud e l'Enichem per la
sponsorizzazione di questo recupero. Lo facciamo per la cultura e
l'archeologia ma anche per propaganda turistica, perchè puntiamo su un
turismo di qualità, senza dimenticare che potremmo diventare un punto di
riferimento al centro di una zona archeologica molto importante, tra
Paestum e Velia". Il professor Durazzo immagina itinerari culturali,
ecologico-archeologici, al cospetto del suo mare pulitissimo, nel centro
medievale di Castellabate sorto intorno al castello, un'abbazia
fortificata benedettina, al cui restauro la legge 64 ha destinato 4
miliardi e mezzo. Pino Trotta, assessore alla Pubblica istruzione del
Comune, è segretario del Centro subacqueo di Santa Maria di Castellabate.

La sua relazione dei fatti in Consiglio comunale,
basata sulle cognizioni specifiche che soltanto uno che è andato
sott'acqua e ha visto può avere, ha pesato molto sulla decisione
dell'amministrazione locale di fare quanto è possibile per non farsi
scippare il relitto, come succcesse a Riace coi bronzi celebratissimi
ritrovati da Stefano Mariottini. Gabriel Piccirilli, istruttore del
Centro, che si è immerso molte volte sul relitto, spiega per primo come
sono andate le cose: "Il ritrovamento non è avvenuto del tutto
casualmente", dice. "Battevamo la zona su indicazioni d'un anziano
pescatore il quale aveva riportato in superficie un'anfora. Dopo molte
ricerche, quest'anno è stato scoperto il grosso del relitto, alla
profondità di 31 metri, su un fondale di sabbia e posidonia; sulla
sabbia sono sparpagliate molte anfore, quasi tutte prive del collo.
Cercando nella posidonia si scorgono i segni del relitto: oltre alle
anfore c'è un ceppo in piombo, forse non quello dell'ancora principale,
e alcuni tubi che servivano allo scarico delle acque di sentina. Non c'è
altro." Qual è l'idea che i sub di Castellabate si son fatti sulle cause
del naufragio? Si trattava d'una nave che veniva a far scalo da queste
parti, oppure d'una nave che proseguiva lungo una sua rotta parallela
alla linea di costa? "Secondo noi si trattava d'una nave che proseguiva
lungo una sua rotta", dice Piccirilli. "La distanza dalla costa è di
oltre 3 miglia. Non veniva a scaricare nel porto di San Marco ne da
questo porto era salpata". Ma che cosa c'è a testimoniare che si tratta
d'un relitto? Dalla sabbia e dalla prateria ondeggiante d'erbe alte
affiorano anfore ma nessuna parte dello scafo. Scendendo sul fondo si
nota un ammasso di anfore, altre più sparpagliate, ma non è che si
vedano strutture lignee: il relitto dev'essere tutto sepolto dalla
posidonia. "L 'ideale sarebbe di recuperare il relitto prima che ci
passino i clandestini, anche se è alquanto improbabile che altri lo
trovino", aggiunge Gabriel Piccirilli. "Nessuno conosce i punti di
riferimento, ma non si può escludere completamente che qualcuno riesca a
metterci su le mani. Recuperarlo e allestire un bell'antiquarium qui,
questa è la nostra speranza. Comunque è necessario un intervento della
soprintendenza per , poter avviare i lavori o per ottenere dei
finanziamenti. '.

I primi contatti con la soprintendenza
sono stati presi, qualcosa si è mosso. "Noi abbiamo subito trasmesso un
fonogramma alla soprintendenza avvertendo della scoperta", dice Trotta.
"La scoperta è avvenuta il 4 luglio e il 5 è stato spedito il
telegramma". L' amministrazione comunale intanto si era detta disposta a
finanziare l'inizio dello scavo. Ma si aspetta la risposta della
soprintendenza, che alla fine di settembre non era ancora giunta.
Secondo Piccirilli "il problema è un altro. D'accordo sulla necessità di
un'autorizzazione da parte della soprintendenza, ma c'è bisogno
soprattutto d'un gruppo di studiosi, di ricercatori disposti a dirigere
e a controllare il lavoro di scavo: noi come subacquei dilettanti siamo
certamente in grado di eseguire il lavoro manuale sott'acqua, di portare
in superficie qualsiasi oggetto; ma dobbiamo essere guidati dagli
esperti". Insomma, al Centro subacqueo si ritiene che prima di
cominciare a portare in superficie i reperti sarebbe indispensabile
organizzare una campagna di scavo su basi scientifiche per poter
effettuare tutti i rilievi necessari, fotogrammetria e mappatura del
fondale. "Noi possiamo assicurare otto sommozzatori volontari per due
immersioni al giorno ciascuno, con i quali si può fare un bel po' di
lavoro. Però non vorremmo farli scavare a casaccio, ne con tecniche e
attrezzature inadatte che potrebbero danneggiare il sito archeologico",
sostiene Piccirilli. Il relitto giace a 30 m di profondità, quindi i
lavori potrebbero essere agevolati dalla quota, alla portata di un buon
sommozzatore sportivo. Dal giacimento sono state recuperate tre anfore
prive di collo, per metterle a disposizione della soprintendenza: "se
qualcuno si fosse fatto vivo". Il relitto è stato datato in un filmato
trasmesso da Rai 1. Il professor Piero Gianfrotta, guardando il filmato,
ha detto che dovrebbe trattarsi d'un relitto del II secolo aC. Ma vi
sono segni molteplici che i re- litti siano più d'uno. Altri due
giacimenti sono stati ipotizzati, tra i 40 e i 50 metri di profondità,
dai subacquei del Centro di Santa Maria di Castellabate. Sono molto più
sotto costa ed è probabile che fossero navi dirette a San Marco o che ne
provenissero. Uno a sud e uno a nord rispetto all'isola di Licosa, ma
uno è soltanto una traccia sull'ecoscandaglio, rilevata anni fa; l'altro
si pensa che ci sia perche i pescherecci continuano a portar su anfore
con le loro reti. Santa Maria di Castellabate è vicinissima a Punta
Licosa. Al tempo dei romani questo era un importante punto di imbarco di
tutte le merci che venivano dal Cilento. Licosa era un mercato e un
punto di partenza dei prodotti del Cilento come i fichi, il vino e
l'olio che già in epoca romana erano conosciutissimi. Licosa aveva la
funzione di mercato, il porto di San Marco era il punto di partenza
delle merci alla volta di Salerno, Napoli, probabilmente Roma. È un
fatto che è rimasto nella tradizione del paese, che fino a pochissimo
tempo addietro era malamente collegato con Salerno e quindi Napoli da un
sistema viario assai scadente. Ricorda ancora il sindaco professor
Durazzo: "Tutto il commercio, stando ai racconti che faceva mio nonno,
veniva fatto via mare. Ci so-no ancora famiglie che hanno il monopolio
di questi traffici con Salerno, Napoli e la costiera amalfitana". Pino
Di Luccia, insieme al fratello Enzo, è stato il protagonista del
ritrovamento del presunto relitto romano. "Be', stavamo facendo varie
immersioni in questa zona. Ci avevano detto che c'era qualcosa, ma non
abbiamo mai visto nulla, ne cocci ne altro. Finche un giorno, buttata
l'ancora, la corrente e 10 scarroccio ci hanno allontanati. Si è immerso
mio fratello, dopo un quarto d'ora è venuto su e ha detto che era una
zona sballata, soltanto sabbia e posidonia. Stavamo per cambiare ma io
ho voluto provare 10 stesso, e dopo cinque minuti mi sono imbattuto
nelle prime due anfore. Ho lanciato un pedagno e ho continuato a
cercare: infatti dopo pochi metri ho trovato il grosso del carico. Ho
fatto ancora qualche immersione per rendermi conto se era un relitto
oppure soltanto anfore perse. E abbiamo trovato l'ancora e i tubi di
piombo che ci confermavano l'esistenza d'un relitto." Ma non era la
stessa zona in cui un pescatore aveva allamato un' anfora. I fratelli Di
Luccia si erano mossi proprio sulla base di questa indicazione, ma nella
zona indicata dal pescatore non trovarono nulla. Trovarono invece e per
caso, per via dello scarroccio della loro barca, in un'area abbastanza
lontana da quel punto. Qui i pescherecci che strascicano trovano sempre
anfore, quindi qualche altra cosa ci dev'essere. E infatti, c'è. Come
forse ci sono gli altri due relitti a sud e a nord di Licosa. Questa era
la Campania Felix, quella il cui mare, una volta, l'imperatore Claudio
Tiberio pavimentò di scafi affiancati, bordo contro bordo, per andare a
cavallo da Napoli a Capri, come su un gigantesco ponte lungo 18 miglia.


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