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Cilento: ieri terra di eroi e filosofi, di
briganti e patrioti, oggi luogo di meraviglie naturali che sorgono a
nuova vita.

Tomba del Tuffatore
Scenario incantevole, impregnato di fascino e
mistero. Dove può capitare, passeggiando lungo le coste frastagliate e
verdi di macchia mediterranea, di ritrovarsi in promontori dai nomi
altisonanti, testimonianze di antichissime storie. Come quella di
Palinuro, il timoniere di Enea che durante il viaggio che avrebbe
portato il principe troiano sulle coste del Lazio cadde in mare insieme
al timone, a cui si era aggrappato per sfuggire alla tempesta. Per tre
giorni ingaggiò una estenuante lotta contro le onde infuriate, ma quando
stava finalmente mettendosi in salvo sulla riva fu barbaramente ucciso
dagli abitanti del luogo. Da allora quel promontorio prese il nome di
Capo Palinuro.

capo Palinuro
Parla diversamente dei cilentani Zenone, personaggio
di spicco della scuola eleatica, la più importante e nota scuola
filosofica del mondo classico. I discepoli del grande Parmenide si
riunivano a Elea (Velia per i romani), la mitica città fondata nel
Cilento dai Focesi, le popolazioni venute dal mare e originarie
dell’attuale Turchia. Zenone, allievo prediletto di Parmenide, un giorno
ebbe a dire: «i cilentani appartengono alla loro terra come le piante
che su questa terra germogliano e delle piante condividono la sorte e i
comportamenti. Come gli olivi essi crescono forti e rigogliosi e a loro
somiglianza offrono i loro frutti senza badare troppo a chi li
raccoglie; spesso come gli olivi subiscono violenza e offese e non si
indignano più di tanto se è vero che sopportano quasi sempre in
silenzio. Seguono i ritmi della natura e se talvolta capita che anche la
natura sia ostile si adattano a riprendere vita proprio laddove sono
stati offesi». Ribattè il maestro Parmenide: «Speriamo che non cambino
mai d'abitudine e rimangano essi appartenenti alla terra piuttosto che
la terra a loro».

Torre di Velia
Questo dialogo tra filosofi vissuti nel V ,secolo a.C..
può dare suggerimenti a 2.500 anni di distanza? Probabilmente sì. Oggi
la natura cilentana, Parmenide I'aveva intuita, dipende da ciò che i
suoi abitanti vorranno farne.La scelta di creare un parco nazionale è un
passo importante per conservarla e dare un futuro più certo a chi ci
vive. Ma da sola non basta. Un’altra risorsa potrebbe essere quella di
riscoprire e valorizzare la storia di questo angolo verde che affaccia
sul Tirreno. Vi sono due buone ragioni per guardare al passato.La prima
è che quello del Cilento è ricco e antico. L’altra è che non c’è futuro
certo senza conoscenza del passato.
Il territorio cilentano fu abitato dall'uomo già
mezzo milione di anni orsono, quando i primi nuclei trovarono rifugio
nelle numerose grotte della costa. Le tracce di presenza umana sono
evidenti a partire dal Paleolitico medio (databile tra 75.000 e 35.000
anni fa circa), continuano nel Neolitico (iniziato 8.500 anni fa) e
nell'età dei metalli. A Camerota sono stati scoperti i resti dell'Homo
camae rotensis e a Palinuro materiali dell'industria dell'uomo
della pietra (periodo paleolitico e romanelliano).
Nelle grotte di Castelcivita, a San Giovani a Piro e
a San Marco di Castellabate sono affiorati reperti paleolitici. A
Capaccio e a Paestum sono stati ritrovati corredi funerari di età
neolitica della locale civiltà del Gaudo. La scoperta di manufatti e
utensili provenienti dal vicino Tavoliere pugliese o dalle isole Lipari
indica che il Cilento fu crocevia di scambi e conoscenze tra le civiltà:
i percorsi di crinale dell'interno, usati per la transumanza e i
traffici commerciali o come vie religiose, lo mettevano in contatto con
le altre culture appenniniche. Il mare lo avvicinava alle civiltà
nuragiche e a quelle egee e mediterranee. Arrivarono nel Cilento e vi si
stabilirono gli Enotri e la mitica stirpe pelasgica. Quindi Lucani e
Greci, giunti alla ricerca del rame.

Templi di Paestum
Tra il VII e VI secolo a.C. si ebbe la seconda
migrazione greca. Nascono in questo periodo le colonie più importanti
del Cilento. Sono città costiere simili a quelle lasciate nella
madrepatria, come Posidonia, fondata dai Sibariti, discendenti degli
Achei greci, divenuta in epoca romana Paestum. Ancora oggi a Paestum si
possono ammirare straordinari monumenti dorici, come il Tempio di
Nettuno, la Basilica e il Tempio di Cerere (in realtà dedicato ad Atena)
, o alcuni dei rarissimi affreschi tramandati dalla pittura greca, come
quelli scoperti nella Tomba del Tuffatore.


Per opera dei Focesi, i temerari navigatori dell'
Asia Minore già colonizzatori della Corsica, nello stesso periodo sorse
la città di Elea, dove nel IV secolo a.C. si innalzò la Porta Rosa, il
primo esempio di architettura occidentale che sfrutta l'arco a cunei.
Ancora i greci fondarono invece le colonie di Pixunte e di
Molpa-Palinuro.

Porta Rosa Velia
L'incontro tra le diverse civiltà produsse conflitti
(come quello tra Elea e Paestum) ma anche significative espressioni
culturali.
Nascono a Elea la scuola di filosofia, fondata da
Senofane nel VI secolo a.C., e quella medica da cui trasse origine la
scuola salernitana. A Paestum gli Achei battevano moneta, e i loro
discendenti mantennero questo diritto anche in epoca romana.
Dal IV secolo fino al 275 a.C., quando si affermano
le potenti armate romane, il Cilento fu dominato dai Lucani, i forti
guerrieri di razza sannitica organizzati in clan indipendenti giunti dal
Nord attraverso le vie appenniniche.
La presenza di Roma provocò l'appannamento delle
civiltà cilentane: Cesare Ottaviano Augusto fece del Cilento una
provincia da cui esigere tributi, dove allevare gli animali e coltivare
gli alimenti destinati alle mense romane.
Solo dopo l'avvento del cristianesimo queste terre
acquistarono nuova linfa. E anche i primi cristiani giunsero qui dalla
Grecia.
Dopo la caduta dell'Impero Romano neppure il Cilento
fu risparmiato dalle orde barbariche.
Prima giunsero i Visigoti, che con re Alarico avevano
saccheggiato Roma nel 410 d.C., poi i Goti e infine i Longobardi, che
istituirono il Principato di Salerno. Convertitisi al cristianesimo nel
752, i Longobardi mantennero comunque buoni rapporti con le istituzioni
monastiche che fiorirono a partire dal VI secolo d.C., come quelle dei
monaci basiliani, provenienti dalla Grecia, e dei benedettini.
A testimoniare la presenza nel Cilento delle comunità
religiose restano l'abbazia di Cava e la certosa di Padula. Nel 1076 i
Normanni di Roberto il Guiscardo conquistano il principato longobardo e
donano il Cilento ai Sanseverino, potenti signori napoletani.
Nasce così la prima delle baronie che domineranno con
alterne vicende questa regione fino all'unità d'ltalia. Nel 1242,
istigati da papa Innocenzo IV, che scomunica per la seconda volta
Federico II, i baroni cilentani congiurano contro l'imperatore svevo che
reagisce alla cosiddetta "rivolta di Capaccio" ordinando l'uccisione
degli insorti e la distruzione dei loro paesi.
«È addolorato e affranto il tuo re e piange>>,
confiderà in una lettera Federico II all'amico Pier delle Vigne, «piange
il destino ch' egli stesso ha decretato per Capaccio, la città che fu la
pupilla dei suoi occhi, e per altri villaggi segnati da identica sorte.
Tra il XVI e il XVII secolo si scrivono le pagine più
crudeli della storia cilentana. E l'epoca del brigantaggio, risposta
violenta alle angherie baronali che avevano affamato e reso schiavo il
popolo. Per recidere il legame tra i briganti, creduti quasi degli eroi,
e la popolazione, i baroni ricorsero a una repressione poliziesca
feroce. Così fino al XIX secolo il Cilento fu teatro di una guerra del
terrore, in cui i massacri dei baroni e dei loro servi si alternavano
alle impiccagioni dei capi popolo catturati dopo che si erano dati alla
macchia.
Nonostante l'isolamento geografico che per secoli
tenne la terra cilentana lontana dal resto d'Italia (il territorio
interno, il più selvaggio, era praticamente inaccessibile), le idee
repubblicane riuscirono a diffondersi e nel 1828 fecero esplodere i moti
cilentani contro Francesco II di Borbone e i suoi ministri. La rivolta
fu sedata nel sangue e il villaggio di Bosco, vicino a San Giovanni a
Piro, venne raso al suolo. Il maresciallo Del Carretto fece giustiziare
i capi della rivolta e per terrorizzare il popolo ordinò di esporre le
teste mozzate dei condannati nelle piazze. Anche la natura pagò il suo
prezzo:per stanare gli altri rivoltosi furono bruciati i boschi della
Bruca e di Monteforte. La libertà giungerà pochi anni dopo con
l’unificazione del regno d’Italia. si ringrazia l'Ente Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano per il materiale fornito
http://www.pncvd.it
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