PRESENTAZIONE
(alla prima edizione)

Potrebbe essere definito un resoconto dal fronte critico dell’ansia acuta questo scritto che solleva una quantità di problemi con l’intento dichiarato di fare chiarezza su argomenti complessi e controversi, e lo fa con uno stile fresco e vivace, oltre che con momenti di misurata riflessione. Nel lungo percorso che va dall’iniziale smarrimento che colpisce e travolge l’autrice proprio mentre sta lavorando in un reparto ospedaliero, sino all’alleggerimento delle ali, cioè sino al ritrovamento della capacità di programmare e governare la propria esistenza, vengono sollevati argomenti che sono di grande interesse ed attualità: su alcuni vorrei soffermarmi.

Non mi dilungherò sulla questione dell’intreccio fra "corpo" e "mente", ma mi limiterò ad esplicare un concetto che è adombrato in questo racconto: l’inevitabilità per ogni medico, di qualsiasi disciplina, di avere una componente psicoterapeuta nel proprio operato, riconosciuta o disconosciuta che sia, essa eserciterà certamente una influenza sul percorso e sull’esito del progetto terapeutico posto in essere.

Da questo dato preliminare discendono molte questioni rese straordinariamente attuali che anche dalla spinta di nuove discipline (bioetica, economia e diritto sanitario, ecc.) che non possono più non trovare applicazione nella relazione dei curanti con i loro pazienti. Quando un medico, o uno psicologo, suggerisce o propone una terapia (farmacologia e psicologica) egli deve mettere il paziente a conoscenza del quadro dei trattamenti possibili, della loro efficacia dimostrata o probabile, del loro costo e della loro reperibilità nel mercato. Ciò vale anche per proposte, più discrete, di trattamenti "integrati" affinché il paziente possa valutare se rinunciare al beneficio immediato che i farmaci possono dare su alcuni sintomi, aspettando l’aiuto, più dilazionato, e forse un po’ meno efficace, che verrà dalla psicoterapia da sola.

Il racconto della Pivari sollecita una clinica psichiatrica moderna, fondata su un modello medico evoluto, non riduttivo, non ideologizzato, che sappia confrontarsi con ogni apporto culturale, anche alternativo, che fornisca indicazioni chiare sui metodi di cura affidabili, evitando, come è successo all’autrice, che il caso sia il fattore principale del suo destino sanitario. Tale clinica deve conoscere a fondo l’utilizzo ottimale del farmaco, ma deve anche saper aiutare il paziente a crescere mediante la comprensione di sé e delle proprie specifiche risposte alla malattia, sostenute a loro volta da precise aspettative personali che possono determinare ulteriori disturbi o ulteriori comportamenti disadattati. E, così pure, è ormai necessario che l’ente Regionale proceda ad un censimento e ad una certificazione di qualità delle strutture e dei servizi, anche privati, disponibili nell’ambito dei disturbi psichici.

Il racconto coglie bene la questione dei tratti del carattere, ognuno dei quali determina una modalità di comportamento, ognuno dei quali è riconducibile ad un preciso stadio del nostro sviluppo e, tutti, a loro volta, si collegano al fattore familiare e costituzionale.

Altro punto importante e di attualità è quello della diffusione delle nozioni psichiatriche in settori dell’attività sanitaria diversi dalla psichiatria. I più recenti dati epidemiologici dimostrano che una gran quota dell’assistenza sanitaria erogata a pazienti psichiatrici viene fornita da servizi non psichiatrici. È quindi evidente quanto sia importante anche per i sevizi non psichiatrici, saper riconoscere i disturbi mentali più comuni nella loro popolazione di assistiti e sapere quando trattarli nell’ambito della loro attività e quando inviarli ad uno specialista della salute mentale: si tratta, infatti, di disturbi che, come nel caso in questione, si caratterizzano con sintomi d’esordio di tipo somatico: tachicardie, sudorazioni, ecc., determinati dalla paura della propria vulnerabilità. E così pure è importante diffondere una maggiore conoscenza sull’uso appropriato degli psicofarmaci: i dati del mercato indicano chiaramente che vi è un uso eccessivo di farmaci ansiolitici, mentre si usano troppo poco gli antidepressivi e i neurolettici. Guarigione non è tornare a quello che si era prima di avere il disturbo, è una nuova organizzazione esistenziale. In questo aspetto trasformativo e creativo si inserisce anche la stesura di questo diario il quale testimonia come uscire da un disturbo mentale ed elaborarlo possa diventare un’occasione di crescita.

La lettura di questo libro ci dice che il processo di guarigione è, anche, allargamento della consapevolezza, è accrescimento della capacità del nostro apparato psichico di controllare le pulsioni, è riuscire a riconoscere e a scegliere oggetti di relazione sufficientemente supportivi e amorevoli, quando quelli antecedenti vengono a mancare. E non c’è terapia senza conoscenza, ma la sola conoscenza non è terapia. Alla fine l’autrice incontra un terapeuta che riesce a risponderle empaticamente, secondo una mentalità dove comprensione e spiegazione sono tutt’uno, attivando in lei funzioni equilibranti e rasserenanti. Ciò è possibile, nei trattamenti terapeutici, perché nel nostro cervello non ci sono simboli fissi ed immutabili e anche i nostri ricordi non sono soltanto memoria di eventi passati;la memoria è continua ricreazione del passato ad opera del presente, ed assume significati diversi in contesti diversi.

Ricostruendo gli eventi del passato che diedero origine alla formazione del sintomo, possiamo agire nel presente, ma anche modificando il presente (con la scrittura di un libro) possiamo riorganizzare e reinventare il nostro passato e produrre, così, nuovi ricordi.

E, dopo, spiegare le ali e rivedere il sole.

dott. Alessandro Marcolin*


*Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Asl 13