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STORIE E MITI DEL CILENTO

 a cura di BASILIO SANTOCRILE: santocrile@virgilio.it

BRIGANTI ed EROI

  1. I CAPOZZOLI

Figli del Cilento lo furono tutti, ognuno in difesa del suo territorio, nel rispetto delle proprie idee e dei propri ideali. Il banditismo nel Cilento non si sviluppò ( se non in rari casi) per desiderio di ricchezza, ma per desiderio di giustizia, che sommariamente veniva praticata personalmente. Varie sette trovarono ivi fertile terreno, la più famosa fu quella dei Filadelfi che organizzò i moti del 1828; l'episodio rimase del tutto circoscritto a pochi paesi dell' area Cilentana e fini in un bagno di sangue con la soppressione del comune di Bosco per aver dato asilo ai rivoltosi. Difatti i Filadelfi restarono isolati nel proprio tentativo e per condurre la rivolta dovettero appoggiarsi ad una banda di briganti quella di Patrizio, Donato e Domenico Capozzoli specialisti soprattutto in furti, estorsioni e vessazioni. (Vedi "DALLA REPUBBLICA PARTENOPEA ALL 'UNITÀ D 1TALIA MOMENTI DI STORlA SALERNITANA " -Archivio di stato SA -pp.43) Questa collaborazione dimostra quanto nel microcosmo della politica del Cilento fosse incerto il confine fra azione politica e criminalità organizzata. A prova di ciò i Capozzoli saranno riconosciuti come eroi (eroi per caso) anche se non vennero mai perseguitati come rivoluzionari, ma sempre come criminali, essendosi dati alla macchia dopo aver compiuto un effimero assassinio nel loro stesso paese nativo (Monteforte Cilento ). A causa di questo, la rivoluzione social-politica assunse i caratteri di bri-gantaggio, in cui trovò sfogo il malessere delle miserabili popolazioni contadine, per le quali il problema più urgente era legato alla terra, e all' equa distribuzione della ricchezza. (Ciò si rileva dalle fonti processuali della setta cilentana detta Crosca.)

Il 28 giugno 1828 ebbe inizio la rivolta con l'assedio del forte di Palinuro ove erano conservati i fucili e le munizioni dell' esercito. I Rivoltosi capeggiati da Antonio Gallotti, Domenico Antonio De Luca, Pasquale Novelli e Nicola Cammarano e i briganti da Domenico Capozzoli, attra-versando i vari paesi di Camerota, Licusati, Torre Orsaia, Roccagloriosa, ecc. ingrossaronole loro fila di veri rivoluzionari e di sbandati che si univano ai Capezzoli.

Frattanto il maresciallo Del Carretto, ispettore generale della gendarmeria reale riuscì a far disperdere i rivoltosi arrestando una moltitudine di persone. Fra questi si ricordano Pasquale Galiante di Celle, Nicola Casielle e Nicola Cobucci di Bosco, Filippo Ruocco di Massicelle e il canonico De Luca di Celle.

Il 18 luglio 1828 il Maresciallo Del Carretto rendeva note le seguenti taglie: 400 ducati per la testa di Antonio Gallotti, 200 per la testa di Ciascuno degli altri compagni, 700 per il capo comitiva Capozzoli se morto ed 800 se preso vivo. Il bando proseguiva: "chiunque dei masnadieri o fuorbanditi avesse portato due teste dei compagni avrebbe avuto non solo la grazia della vita ma la libertà. Con un Decreto di Francesco l° del 28 luglio 1828 il comune di Bosco fu soppresso per aver accolto favorevolmente i congiurati e fu aggregato al comune di S. Giovanni a Piro. Il Gallotti e i Capozzoli in fuga capirono che era giunto il momento in cui dovevano allontanarsi dall’Italia. Facendosi passare per guardie rege sequestrarono la barca di Vincenzo Siani facendo rotta verso Salerno ma con l’intenzione di dirigersi in Corsica, dove riuscirono a rifugiarsi dopo tante peripezie peripezie. Qui il Gallotti continuo a Vivere ad Ajaccio, mentre i Capezzoli, dopo pochi mesi ritornarono nel Cilento, per continuare la loro indegna vita di masnadieri ed assassini. Diego Cirillo di Perito, condannato secondo i criteri del "fuorbando" per aver ospitato i Capozzoli nell’agosto del 1828, era già stato condannato a morte e non voleva più ospitarli ma provvedeva alle loro cibarie tenendoli nascosti nei boschi fra Perito e Rutino. La notizia della loro presenza fu data da un contadino di Omignano il 23 marzo1829 che giurò di averli visti nei boschi tra Rutino e Perito. Il sottointendente Valia di Vallo si prodigò per assicurare con ogni mezzo i briganti alla giustizia, ma tutti i tentativi furono vani essendosi rifugiati presso un fidato amico di Rutino.

Fra il 13 e il 16 giugno 1829 i Capozzoli commisero il vile assassinio di Carmime Cirillo, il quale dovendo prestar servizio militare si era dato alla macchia. Il disertore fu scambiato per la spia Giuseppe Cirillo (vedi La rivo/ta del Cilento 1828 di G. Cernelli, pag.144). Trovato dai fratelli Capozzoli nella campagna della Laura: la difesa del giovane fu ardua, e vane le sue spiegazioni; dovette soccombere alla forza preponderante dei tre fratelli. Colpito con una pugnalata alle spalle, venendo meno ne fu succube gli furono cavati gli occhi e fu trovato in fin di vita dopo tre giorni nella contrada "Femmena Morta".

Dopo questo ennesimo assassinio il sotto intendente Velia fece dare fuoco a numerosi pagliai e murare i casolari di campagna. I Capozzoli sentendosi ormai braccati ed accerchiati, costrinsero con minacce di rappresaglie verso la famiglia, il Diego Cirillo ad ospitarli. Per ostaggio tennero con loro Maddalena (sore//a di Diego) con un figlio in tenera età.Il Diego, stanco del giogo dei banditi e infelice per il crimine commesso da quegli assassini verso un giovane del suo stesso paese, volle assicurare i malviventi alla giustizia. Il 17 giugno 1829, mentre a Perito si svolgeva il Funerale di Carmine, Diego denunciava i malviventi al Velia che, prontamente in serata, faceva partire, i tenenti Conca e Caruso, con 20 gendarmi e 10 guardie urbane.

A notte inoltrata fu circondata la casa, ma Domenico Capozzoli si svegliò al latrare di un cane, guardò dalla finestra, scorse i gendarmi e cominciò a sparare contro di loro. Svegliatisi, i fratelli che dormivano al piano inferiore icominciarono anch' essi a far fuoco. Patrizio voleva uccidere l' ostaggio ma Domenico glie lo impedì dicendo "Ancora può servirci:.sia lei che il bambino!" Dai mal viventi furono sparate tutte le munizioni, e tenendo sotto minaccia dei pugnali sia la donna che il bambino buttarono dalle finestre ogni cosa, esponendo a grave pericolo gli assedianti che cercavano e speravano di salvare gli ostaggi. La scena diventò sempre più selvaggia e barbarica, la gente gridava contro gli assediati, le campane suonarono a martello per chiamare in aiuto le guardie urbane dei paesi vicini. Solo più tardi col ferimento di Donato ad una gamba, si ottenne il rilascio degli ostaggi, e la resa alla legge. Portati a Vallo dopo la notifica della sentenza furono passati in Cappella ove rifiutarono i conforti religiosi. Attraversando i paesi del Cilento da Vallo a Palinuro questi banditi furono oggetto di derisione e scherno, per vendetta degli oltraggi subiti nel passato mentre Del Carretto riceveva fiori al suo passaggio per aver assicurato tal masnadieri alla giustizia ed aver liberato il territorio da sì grave minaccia. (racconto derivato dalle tradizioni popo/ari e da vari testi storici).

 

    2.    GIUSEPPE TARDIO

Molte bande di briganti erano formate da soldati borbonici ormai allo sbando, da renitenti alla leva e da tutti coloro che dai nuovi amministratori si sentivano prevaricati nei propri diritti, e disillusi dalle speranze che avevano coltivato con l’arrivo dei nuovi signori.

Uno dei più illustri briganti,politici,o eroe al contrario, fu Giuseppe Tardio, nato a Piaggine il 1° ottobre 1834.Dottore in Giurisprudenza a 25 anni, finì nel carcere di Laurino dove strinse amicizia con Francesco Orsini, col quale il 25 dicembre 1860 fuggì a Roma, dove conobbe esponenti del clandestino partito borbonico. Ben presto si imbarcò a Civitavecchia per raggiungere il Cilento per farne un centro di rivolta e resistenza, contò molto sulla conoscenza dei luoghi nativi e su una vasta rete di amicizie e parentele.Diede inizio alla sua azione politica militare il 22 settembre 1861 sbarcando a Punta Tresino tra Agropoli e Castellabate, si diresse verso Butani ove disarmò la guardia nazionale, proseguì fino a Camerata dove subì una sconfitta abboccandosi in uno scontro con poderose forze regolari e più di trecento suoi uomini vennero catturati.Il Tardio invase Campora ma, attaccato dal 18° reggimento di fanteria, dovette ripiegare nei boschi di Piaggine, ove trovò asilo con i pochi uomini rimasti.Nel 1863 riuscì a ricomporre la sua banda e sbarcando a Sapri, attraversò vari paesi come Corleto, Sacco, Stio e Futani ove emanò il proclama ai POPOLI DELLE DUE SICILIE. A Sant’Angelo a Fasanella fu attaccato dalle forze governative e fu sconfitto definitivamente, riuscì a stento a rifugiarsi sul Monte di Novi, ove riusci a far perdere le proprie tracce, recatosi a Roma visse sotto falso nome. Una taglia di 5.000 ducati veniva posta sulla sua testa ma non servì a far interrompere i contatti con i suoi emissari. Solo quando Roma divenne capitale del regno, fu arrestato, condotto a Salerno, processato, e condannato al carcere a vita sull’isola di Favignana.

CANZONI CILENTANE DEI PARTIGIANI BORBONICI

1) A LU SAVOIA

Tu si’ ri li Savoia u’ gran signori,

i’ so l’affamato fuorilegge.

Tu scrivi cu la penna e dai ruluri,

io vao pe lu Ciliento cu’ curtieddo e unuri.

Tu tieni ‘nfamia,rucati, terre, calamaio,

carta e penna p’accire sti pezzenti.

Io tengo porvere Prito e quanno sparo,

vendeco e chi nu’ tene niente.

2) D.P.R.O.

Simo brianti re lu Re Borbone,

sempre a cocchia cu lu zufocone.

Trombone, scuppetta e maneca r’angino,

porve, chiummo e nu bicchieri re vino.

Bosco amato, casolare mezzo caruto,

pane niuro, giustizia, libertà traruta.

Simo brianti re lu Re Borbone,

ne resta sulo Dio,Patria,Re,Onore.

3) VAO GIRANNO

Songo brande pe’ lu Ciliento,

fuorilegge pe li Testensi,

suldato pe lu Re Borbone,

ricercato pe lu Re ‘nvasore.

Porto scuppetta e sciabbulone,

giro l’Aliento, lu Diano e lu Calore,

a la Crosca meglio appartengo,

sono la tofa e me’nne vao vantanno.

4) CACCIATE RA STE TERRE

Chiane la vita che se l’ha guruta,

nu chiane chi se l’ha stentata.

Chi tutto perde e lassa, chiane,

chi niente tene e soffre, rire.

Riro ‘ mbacci la morte, sarò mbiccato,

allucco viva lu Re, ‘naggio tramuto.

N’aggio tramuto lu Ciliento mio e lu paese,

cacciati ra ste terre lu piemontese.

 


 

FAUZARI DI OGLIASTRO

(bugiardi di ogliastro) (ogliastro è un paese del cilento)

 

Una senile narrazione , che riveste ormai sapore di legenda , racconta che, verso i primi del Settecento, un sacerdote di Agropoli, appartenente alla famiglia Rotoli, era proprietario di un appezzamento di terreno in località Comone. Alla vigilanza di tale orto attendeva un ragazzo di Ogliastro, cui erano state affidate in custodia anche alcune capre che, in varie circostanze , avevano, per la scarsa diligenza del guardiano, provocato sensibili danni alle piante. ...CONTINUA


 


LA CIVETTA SIMBOLO DEL CILENTO

Nel parco del Cilento si sente cantare la civetta eppure questo rapace notturno che possiede una spiacevole reputazione, ed è diventato simbolo di apportatore di disgrazie, per i greci era l'emblema di Atena. Guénon afferma "che essa è il simbolo della conoscenza razionale (perchè uccello notturno in rapporto con la Luna) percezione della luce riflessa (lunare); in opposizione alla conoscenza intuitiva, percezione della luce diretta (solare, il cui simbolo è rappresentato dall'aquila)". ...CONTINUA


LE CURIOSITA’
IL CILENTO E IL FIUME ALENTO PARTE 1°
Stabilire quando una parte della Lucania fu nominata Cilento è quasi un'impresa. Si è rinvenuto uno scritto risalente al 994 che definisce con questo appellativo tale località. Meritevoli studiosi hanno ritenuto che Cilento derivi da Circum Alentum, considerato che il territorio è bagnato dal fiume Alento. (Fiume che nasce presso Gorga Cilento ) ...CONTINUA

 

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