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Estinto da secoli l'orso bruno, scomparsi da decenni
il cervo e il capriolo, il lupo (Canis lupus) è uno dei mammiferi
più rappresentativi della fauna del Cilento. L'assenza di protezione
fino a pochi decenni fa e la pressione della caccia hanno però rischiato
di compromettere definitivamente la sopravvivenza di questo antico
predatore, comparso sulla Terra circa 300 mila anni or sono. Da sempre,
la competizione con la specie umana ha creato gravi problemi al lupo e
vi sono prove paleontologiche che dimostrano come già 40 mila anni fa
questo canide viveva e cacciava negli stessi territori dell'uomo. Ma
veniamo alla sua storia recente. Ancora molto comune nel Cilento fino
all'immediato dopoguerra, il lupo è oggi ridotto a pochissimi esemplari:
la popolazione complessiva, stando alle stime del WWF Italia, non
dovrebbe superare i 5-10 individui presenti tra i massicci meridionali
del Cilento e gli Alburni. La ragione di una diminuzione così drastica è
dovuta alla caccia indiscriminata che ha subito questo animale tra gli
anni 1960-70.
Fortunatamente per i lupi i tempi sono cambiati. La legge ora vieta
l’uccisione del lupo.
Dalla stima di un centinaio di individui in tutta Italia, fatta
all'inizio degli anni Settanta, si è passati a quella attuale di circa
400- 450 animali, con un incremento medio del 6-7 per cento annuo. E
questo nonostante che il bracconaggio prelevi circa il 15-20 per cento
della popolazione ogni anno e piccoli nuclei locali vengano annientati.
Il merito di questi risultati va riconosciuto all'impegno di naturalisti
e protezionisti (si ricordi l'Operazione San Francesco in favore del
lupo, lanciata nel 1971 dal Wwf e dal Parco d' Abruzzo, e la nascita del
Gruppo lupo Italia nel 1974), a leggi di protezione più severe e alla
reintroduzione di numerosi ungulati (caprioli, cinghiali, cervi) operata
dal Corpo forestale dello Stato in molte aree dell' Appennino.
Così il "cattivo" di tutte le fiabe, l'ultimo grande
predatore europeo, cacciato e bistrattato per secoli, approfitta oggi
della nuova sensibilità ambientale per rioccupare i territori perduti.
Buon camminatore, in grado di percorrere in una sola notte fino a 40
chilometri di strada, superando agevolmente dislivelli o passi montani,
il lupo si muove seguendo segnali e mappe mentali, frutto di
un'esperienza "culturale". Conosce molto bene il comportamento
dell'uomo. Sa distinguere le attività umane pericolose da quelle innocue
e si muove sicuro nell'ambiente antropizzato, fino a sfiorare il
contatto quotidiano con le persone. Frequenta infatti discariche e
periferie di città, stradine e boschi coltivati, ma sempre con
circospezione, senza farsi scoprire.
Oggi che le stime lo danno in aumento, c'è bisogno di
un rinnovato impegno per garantire la sopravvivenza del lupo riducendo
al minimo i conflitti con il rivale di sempre, l'uomo. Per questo in
molti parchi nazionali, compreso quello del Cilento, si pagano
indennizzi per danni causati dai predatori alla pastorizia. Ma la
soluzione non può essere solo questa. In Italia si stima che vi siano
almeno 800.000 cani vaganti, la maggior parte nel Centro-Sud, e di
questi molti, circa 80.000, sono rinselvatichiti, ossia non cercano più
l'uomo. Così spesso il lupo è accusato di danni di cui non è
responsabile. E allora urgente mettere a punto migliori tecniche di
gestione della fauna nel territorio puntando magari, più che sui
meccanismi di risarcimento che, una volta innescati, sono difficili da
controllare su progetti per la costruzione di recinzioni: utili sia
verso i cani selvatici che verso i lupi.

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